JAZZ:RE:FOUND 2010 (Vercelli) on 11/12/13 giugno 2010

20 giu

“Roba da far invidia alle più grandi piazze musicali”. In questa frase si racchiudono tutti gli sforzi, ben impiegati, nella realizzazione di un festival d’alta qualità, sia sul piano musicale sia dal punto di vista organizzativo, considerando anche la forte affluenza dai capoluoghi limitrofi (Torino e Milano).

Il festival è iniziato con la word music dei “Poets Of Rhythm feat Karl Hector & The Malcouns” e le numerose bancarelle allestite nella zona Village. Nel mercatino era possibile trovare di tutto dell’accessoristica, dal vintage a gadget lavorati con materiali di recupero, tipo le cinture fatte con le camere d’aria delle bici. Tra i vari stand, persino la possibilità di beneficiare di rilassanti massaggi orientali. Inoltre, per dovere di cronaca, tra gli addetti ai lavori, ci tengo a segnalare il successo riscontrato dai cuochi del festival per gli spiedini, le salamelle ed il cibo vegetariano.

Passando al tema principale della serata, prima dell’arrivo degli headliner, nell’area club stage, c’è stato un mini concerto del gruppo torinese “Sweet Life Society”. Molto apprezzato per il loro swing e per la calda voce della cantante.

Intorno alle 23, come da copione, sono saliti sul palco i “Cinematic Orchestra”.

Uno spettacolo davvero indimenticabile. “Luke Flowers” alla batteria non si è scomposto di un millimetro per tutta la durata del concerto eppure le sue bacchette rullavano sulla batteria ad una velocità impressionante, producendo un suono quasi meccanico. La profondità del suono del basso di Phil France, ad ogni nota, portava le orecchie del pubblico a chilometri e chilometri di distanza dallo stage.

La maggior parte delle persone erano letteralmente ipnotizzate dalle morbide sonorità della band Inglese.

La serata è terminata con un memorabile aftershow di “Niky Siano”, finito anzitempo a causa dell’intervento dei vigili. Davvero impressionante veder dal vivo lo storico Dj dello studio 54 (nonostante la veneranda età) riuscire a tenere carico il pubblico dell’area club stage senza dargli un minuto di sosta.

Il secondo giorno è iniziato tutto in rassegna della musica Jazz con il ‘Tributo a Piero Umiliani” e la consegna del premio relativo al contest.

Passando allo spettacolo principale del sabato è stata la volta dei londinesi “Herbaliser”, anche loro, come i Cinematic, appartenenti al filone nu jazz, con forti influenze di Funk ed Hip hop. Il gruppo londinese, soprattutto grazie alle basi di DJ Ollie Teeba, ha trasformato il main stage in un gigantesco dancefloor.

A chiudere la serata nel club stage ci ha pensato il duo “zero 7” con un Dj-set, a base di elecro-ambient e per la felicità del pubblico questa volta lo show non è stato interrotto prima del dovuto.

Il terzo giorno è stato tutto più compresso. Il festival è terminato entro la mezzanotte con il concerto di Tricky.

Come previsto l’affluenza è stata ridotta rispetto agli altri due giorni, comunque l’ex membro dei Massive Attack ha dato le sue soddisfazioni (nonostante il timore di molti, considerando le ultime performance del cantante, come dire, un po’ precarie sul piano della lucidità e della sobrietà).

Jazz Re Found è stato anche arte, grazie al supporto dello sponsor Burn  con diverse iniziative legate al  writing, come la decorazione di variegati supporti luminosi (Light-box masters) e come l’originale perfomance live dell’artista Milanese “No Curves”, alle prese con le grafiche a 8 bit interamente fatte con l’ausilio di nastro isolante dai diversi colori.

Da segnalare anche, come merito dell’organizzazione, l’area camping gratuita, ben allestita e funzionale, quasi perfetta, se non per la fastidiosa presenza delle numerose zanzare.

Tra birrette e salamelle il giudizio complessivo che possiamo dare a quest’edizione del festival è sicuramente positiva.

Curiosi di sapere cosa il Jazz Re Found ci riserverà l’anno prossimo, aspettiamo, e speriamo, che qualcun’altro, magari nei capoluoghi, prenda esempio e si decida a far qualcosa in più rispetto a quello che si vede oggi. Negli ultimi anni l’aria che si respira nei grossi centri è di piattume ed atrofia, quando in realtà dovrebbero essere centri di sperimentazione ed incubatori di nuovi suoni.

http://www.ekosystem.org/forum/viewtopic.php?f=16&t=6719&p=55461

http://www.soundandvision.it/blog.php?id=476

The Chemical Brothers – Further, 2010 (Virgin Records)

14 giu

A distanza di 3 anni da “We are the night” tornano a farsi sentire i due guru del Synt-pop Inglese.
Le gracchianti note di ”Snow” fanno da preludio musicale dell’angelica voce Stephanie Dosen, special guest di questo album. Le bassline diventano sempre più stirate fino ad “Escape Velocity”, un brano che potrebbe racchiudere tutti gli ingredienti di vent’anni di carriera del duo manchesteriano, 11.59 minuti di vibranti modulazioni sintetizzate, 100% stile chemicals lab.
Una successione di basi quadrate mixate all’onirica voce di Stephanie Dosen sono l’essenza di “Another World” fino ad arrivare a “Dissolve”, sulla linea delle sonorità di uno dei migliori “Surrender”.
Energia pura per “Horse Power” molto vicina al loro successone “Galvanize”. Infine gli ultimi 3 brani di pura decompressione tra cui “Swoon”, uscito in anteprima insieme al videoclip di Flat Nose George, vj dei loro concerti ed autore del DVD in uscità col disco. I Chemical hanno dimostrato di voler ripercorrere molti suoni del passato reinterpretando energicamente il loro stile. Non ci resta che aspettare il loro prossimo live (a Lecce il prossimo 8 agosto) per scoprire quale sarà la bomba di questo nuovo disco!

Chris Liebing @ MAGAZZINI GENERALI

2 giu

Ogni serata ai Magazza è un’incognita.
Con Alkan si poteva giocare a tennis in pista, invece con Villalobos non c’era spazio neanche sul bancone.
Con i Chemical a stento si riempivano, mentre per lo zio Sven c’erano parcheggiati fuori astropullman extraterrestri.
Stasera c’è Liebing che non è più osannato come monarca della techno schranz e ora suona minimal tech.
I techno addicted invasati e agitati ormai lo ignorano.
Io l’ho sentito per la prima volta nel 2007 alla Love Parade, bei ricordi: eravamo più di un milione e si poteva tranquillamente ballare.
Conto di riuscirci anche stasera.

MAGAZZINI GENERALI
Via Pietrasanta, 14, Milano
23:30 • € 22/18, info 3395826958

http://milano.zero.eu/eventi/2010/06/04/chris-liebing-2/

Faithless @ ALCATRAZ

28 apr

La lunga attesa dopo l’ultima apparizione dei Faithless a Milano, mi ha fatto spesso ripensare alla faccia del mio coinquilino rientrato dall’ultima loro performance all’Alcatraz nel 2004. Ancora non riuscivo a comprendere quella faccia particolarmente compiaciuta e soddisfatta che aveva stampata sul volto. Forse era semplicemente l’atteggiamento di chi è consapevole di essersi perso qualcosa di veramente bello (ed un po’ rosica).
Ora so cosa vuol dire sentire una delle band Dance più pompose a livello planetario.
E’ stato un po’ come “farlo per la prima volta”, considerando che in tutti questi anni ho preservato ogni mia aspettativa di gradimento, evitando ogni genere di download/ascolto su Youtube. Bene, col senno di poi, posso dire che sentire i loro brani registrati da casa non rende neanche l’1% di quello che ho visto e sentito dal vivo.
La serata è cominciata con un warm-up del duo milanese di electro pop Useless Wooden Toys, dopo di che sono saliti sul palco Maxi Jazz con la sua crew.
Il concerto è stato tutto un crescendo. La carica del gruppo si è gradualmente affiancata a quella del pubblico che, sin dal primo minuto, non ha mai smesso di dimostrare il proprio entusiasmo.
Maxi Jazz ha reppato con il suo fantastico stile l’ultimissimo singolo “Not Going Home” accompagnato da suoni sintetici e distorti della storica tastierista Sister Bliss e dal resto della band. L’anteprima di questo pezzo anticipa l’uscita del loro ultimo lavoro che verrà rilasciato in Italia il 17 maggio. C’è trepidante attesa per l’album Dance che arriva dopo una pausa durata 4 anni. A giudizio della critica un album che riscoprire molte sonorità legate ai primi lavori della band.

26 aprile

Via Valtellina, 21-27

Info: 0269016352

http://www.soundandvision.it/download.php?numero=32

LCD Soundsystem – This Is Happening, 2010 (EMI)

20 apr

http://issuu.com/lucasemi/docs/onstage_maggio

Jeff Mills @ LINK (BO)

20 mar

jeff_mills

Può capitare di non aver ancora sentito uno dei padri fondatori della musica Techno Minimale. Le ultime volte venuto in Italia è transitato attraverso i migliori club del bel paese: dai Magazzini Generali di Milano, al Tennax di Firenze e ancora al Cocoricò di Rimini. Questa volta è stata la volta del Link di Bologna, uno dei club più significativi della musica elettronica in Italia.

Direttamente da Detroit, classe 1963, l’ex Underground Resistance, Jeff Mills, un dei più influenti dj Techno Minimale.

Vedere per la prima volta un artista come Jeff Mills, com’è facile immaginare, può riservare molte sorprese. Una su tutte, scoprire che, oltre ad avere una mostruosa abilità nel far girare i dischi (3 alla volta, si dice fino a 70 in un ora), utilizza anche una drummer machine Roland TR 909 come se fosse un orchestra di baseline a tutte le frequenze.

Verso le 2 circa Jeff accende i motori della sua Roland ed io disperatamente cerco di farmi avanti nella consegna del giubbotto al guardaroba, intanto l’ambientazione musicale comincia a scaldarsi, anche se ancora molto sospesa e viaggiante, non credo di aver realizzato cosa sarebbe avvenuto in seguito. Per cui, dopo 10 minuti souspance musicale e dopo aver fatto un un solo metro di coda, ho deciso di rinunciare alla causa giubbino e di lanciarmi in pista, al che,  è esploso un mitragliatore elettronico di bit.

Buttato il giubbino in un angolo, ho iniziato a girare vorticosamente in sala scattando un po’ di foto ogni tanto. Non c’era una persona che non si muovesse sussultando tipo un ammortizzatore di un Hammer. Non c’era una persona che ballasse tanto per ballare, per quel che ricordo, era abbastanza un delirio. Il clima per altro era molto tranquillo, sembrava la tipica situazione di famiglia dove tutti si conoscono, nonostante sia gente proveniente da posti molto diversi: Roma, Firenze, Venezia, etc.

Dopo tre ore di trivellate minimali, le casse a grappolo del Link sono scese in pista a ballare. Il set-up tecnologico era pienamente all’altezza dell’artista, per questo credo proprio che Jeff non abbia avuto niente da ridire, nonostante il suo caratterino è molto rigoroso, specie nei confronti delle foto e dei fotografi!

Sotto la sapiente direzione artistica dei ragazzi dello Shape (organizzatori anche del continuum al Red Room) un’altra pagina di storia è stata scritta sul diario di bordo del circolo culturale Bolognese. Un altro maestro della musica elettronica ci ha deliziato del suo suono originale. In attesa della prossima occasione ci andiamo a distrarre all’Altavoz a Marghera, tanto la gente sarà la stessa per cui non si rischia di annoiarsi!!

http://www.soundandvision.it/blog.php?id=436&filter=

Unconventional Carnival Party

20 feb

Gli ingredienti delle feste Unconventional: posti insoliti, belle fighe e free drink ambulanti, tre cose semplici ed efficaci almeno quanto un Cuba libre ben dosato con una spruzzatina di lime.
Gli organizzatori Willy, il suo cane, e Jo sono pazzi, si mormora che vedano party ovunque: luoghi di culto, biblioteche, musei, loft ecc.
Quando hanno deciso di trasformare i tre piani del Bowling di Famagosta nei tre regni della Divina Commedia, probabilmente, erano sotto LSD.
Progettando di fare cose mai viste sulla faccia della terra, promettono di rispettare tutti i loro impegni e trasformare in realtà il loro viaggio (allucinogeno).
Folli.

BOWLING DEI FIORI
Via Privata Renzo e Lucia, 4, Milano
16:00 06:00 • € n.p. info 3454676214

http://milano.zero.eu/eventi/2010/02/20/unconventional-carnival-party/

Kasabian @ ALCATRAZ

20 feb

L’ultima volta che i Kasabian sono arrivati in Italia, lo scorso settembre, in occasione dell’Urban Day Festival di Milano, non si può dire che sia andata troppo bene. In quell’occasione, oltre a loro, erano in cartellone i Kooks e gli Oasis, che, come molti si ricordano, hanno pensato bene di sciogliersi poco prima dell’evento. Tutti si aspettavano che i Kasabian fossero l’ultimo gruppo prima degli headliner (che nel frattempo, dopo il forfait dei Gallagher, erano diventati i Deep Puple, scelta discutibile), compito invece toccato ai Kooks. Insomma, molti fan del gruppo di Leichester sono arrivati ben dopo le 19, orario d’inizio del set “kasabiano”.
Ma stavolta non c’è un festival e i Kasabian sono gli unici protagonisti della serata all’Alcatraz, una delle migliori location di Milano, sia da un punto di vista strutturale che da quello audio.
A parte lo slittamento di un’ora sull’inizio dello show, è andato tutto bene. Alle 21.30 Sir. Tom (Meighan, cantante), Sergio (Pizzorno, chitarra), Chris (Edwards, basso) e Ian (Matthews, batteria) salgono sul palco accompagnati da un giro di tastiera psichedelico, pronti a infuocare i propri strumenti con Julie & The Mothmanil, pezzo che introduce la maggior parte dei loro concerti. Anche volendo, è veramente difficile descrivere la grinta e l’aggressività dei suoni che questo gruppo riesce a produrre dal vivo; in particolare, il loro sound, sommato alla voce di Mat, genera un effetto abrasivo sullo spirito di chi ascolta, che resta inevitabilmente catturato e coinvolto.
Il secondo capitolo della serata è Underdog, uno dei pezzi più cantati (a squarciagola) dai fans “kasabiani”, un concentrato di chitarre elettriche distorte. Dopo il terzo brano, Where Did The Love Go? la gente ammassata sotto le transenne del palco, (le prime dieci file del pubblico) è già un bagno di sudore… Balli e pogo sfrenato andranno avanti per tutto il concerto.
Dopo un set di circa 1 ora e mezza, lo show si chiude intorno alle 23 nell’euforia generale con VladLSF, due tra i migliori pezzi della discografia dei Kasabian. Soddisfatta, la band inglese saluta e ringrazia. Ma c’è spazio per un ultimo siparietto: Sergio Pizzorno, chitarrista di origini italiane, sventola la bandiera tricolore che ha tenuto appesa alle sue spalle per tutto il concerto, per poi lanciarla al pubblico. Un gentile (e apprezzato) omaggio alle sue radici.
Il pubblico ha risposto alla serata con grande calore. Del resto dei biglietti era stata fatta piazza pulita già da un paio di settimane e anche quelli venduti dai bagarini, alla modica cifra di 60€, sono letteralmente spariti ore prima che il concerto iniziasse. Se non è amore questo…

Goldfrapp – Head First, 2010 (EMI)

18 feb

http://issuu.com/lucasemi/docs/onstage_marzo2010

INTERVISTA AI DELPHIC

13 feb

Matt Cocksedge è il chitarrista dei Delphic, nonché portavoce del gruppo. L’ho intervistato in occasione del loro concerto a Milano per la presentazione del nuovo album Acolyte. I Delphic vengono da Manchester e sono molto apprezzati dalla critica Inglese.

Ciao Matt, raccontami quando e come si è formato il vostro gruppo?

E’ stata una serie di circostanze. Ci siamo trovati due anni fa, Richard lo conosco dai tempi della scuola, invece James e Dan, sono arrivati dopo, all’Università.

Inizialmente eravamo divisi, io e Richard in una band e James e Dan con altri gruppi; poi, dopo esserci conosciuti ed aver realizzato di essere ispirati l’un l’altro abbiamo deciso di provare a lavorare insieme.

Non c’è stato un vero e proprio accordo, siamo solo nati e ci siamo trovati bene.

In oltre venivamo da un periodo non troppo soddisfacente, pertanto abbiamo pensato che il feeling si era creato poteva essere l’occasione giusta per fare qualcosa di buono in modo più divertente.

Investigando sui vostri gusti musicali…

Prova a dirmi degli artisti o dei brani che ti vengono in mente in queste tre situazioni: viaggiando, in discoteca e per in negozio per l’acquisto di un nuova uscita.

Dunque, per quanto riguarda il viaggio ne avrei due. I Kraftwerk con il loro pezzo Tour de France perché da proprio l’idea di essere in movimento e viaggiando si può quasi sembrare di essere all’interno del brano. Poi c’è Apex Twin, che grazie alsuono permette di scollegarti dalle situazioni che stai vivendo e per noi a volte, quando dobbiamo viaggiare molto, è davvero importante.

In disco, invece, una canzone che apprezzerei molto è Aerodynamic dei Daft Punk. Trovo che Renda tantissimo quando la si sente sparata a massimo, in oltre aggiungoThe Chemical Brothers perché mettono euforia.

Per quanto riguarda le novità del momento so che Jamas ha appena comprato l’ultimo dei Massive Attack. Per quanto mi riguarda ho sentito parlar bene dell’ultimo album di Back con la collaborazione di Charlotte Gainsbourg.

Guardando quello che è stato fatto finora, Manchester sembra essere un importante punto di riferimento per la musica elettronica, volendo fare un riferimento casuale mi vien da pensare ai The Chemical Brothers. Quanta storia c’è nel vostro presente ed in particolare quanto i Chemical hanno influenzato il vostro souno?

A noi piace guardare avanti e non diamo tanta considerazione al passato, anche se è implicito che essendo cresciuti a Manchester abbiamo ricevuto l’influenza di quei suoi.

Pensiamo che la nostra città  sia sempre stata un importante laboratorio di sperimentazioni e contaminazioni musicali, il che ci carica di una grande responsabilità dovendo cercare di far sempre meglio di quello che è stato.

Sapere da dove si viene trovo che sia importante ma ancora di più è l’aver consapevolezza di dove si voglia andare.

Per quanto riguarda I Chemical, è vero, c’è una certa connessione, infatti con Tom abbiamo provato a registrare Counterpoint ed il risultato è stato incredibile, il problema è stato che il pezzo suonava troppo come un loro remix e questo non era il suono che avevamo in testa. Per questa ragione la cosa poi è sfumata. Probabilmente ora che è stato concluso l’album sarebbe interessante farlo rivedere da loro in modo da avere una versione dei Delphic ed una dei The Chemical Brothers.

La vostra si può considerare musica indie?

Noi siamo indie in parte. In Francia e UK facciamo parte sia di un’etichetta grande che di una indipendente quindi abbiamo modo di decidere molte cose.

A volte le band quando sottoscrivono I contratti non hanno la possibilità di decidere quanti e quali brani inserire nell’album. Per noi non è così, abbiamo un album indipendente, possiamo fare quello che vogliamo e per questo ci riteniamo fortunati.

Quando avete realizzato di aver raggiunto la fama?

Non so, sinceramente ancora non ci sentiamo famosi. Ad ogni modo tutto sta accadendo molto in fretta e ci sentiamo ancora in una bolla. Non leggiamo molti giornali in quanto pensiamo non sia salutare, l’unica cosa che ci interessa è fare quello che dobbiamo fare: suonare, registrare e pensare ai nuovi progetti.

Ad ogni modo è strano, non penso che questo possa sempre essere reale. Voglio dire, quando vediamo la pubblicità del nostro album in TV in UK o quando eravamo a Londra e abbiamo visto grandi poster con le nostre facce, chiaramente ci hanno sorpreso ed anche un po’ esaltato, ma non può essere reale, per questo bisogna rimanere con I piedi per terra e pensare che l’unica cosa che conta è andare a suonare e fare delle buone performance.

Per certi versi il vostro stile è molto simile alla disco music. Avete mai pensato di sviluppare un progetto parallelo che si avvicini al mondo del clubbing?

Avremmo in cantiere un progetto Delphic 2.0 e questo è una specie di progetto connesso al dj set, lavorando con i laptops e spingendo di più il suono, ma al momento siamo un po’ confusi su cosa fare anche per il poco tempo che abbiamo a disposizione.

Ad ogni modo abbiamo un’etichetta in UK che ci offre sempre opzioni nuove quindi siamo totalmente aperti.

Sicuramente quando sarà il momento giusto il progetto è di crescere e fare sempre di più!

Delphic @ MAGNOLIA

12 feb

Quando arriva un nuovo gruppo, è sempre un’incognita. Se poi ci mettiamo una giornata uggiosa e una location servita malissimo dai mezzi pubblici, il tutto si complica ulteriormente. E’ anche vero che il pubblico milanese è un po’ viziato, quando si tratta di novità fatica persino a vedere il concerto in TV, seduto in poltrona, con i piedi stesi sul tavolino. Ma questa è una storia vecchia a Milano, città dalla digestione lenta, al primo appuntamento vengono quattro gatti, la seconda volta sono la metà di mille. Per quanto riguarda i Delphic, a giudicare dal loro set up tecnologico, non gli importa molto quanto pubblico si trovino davanti. Escludendo un po’ di sana timidezza, sembra che i giovani ragazzi di Manchester siano molto decisi su quello che stanno facendo e sulle mete da raggiungere. La loro storia, cominciata appena due anni fa, è relativamente breve ma pare evidente che non abbiano perso tempo in sala prove e scantinati. Dal vivo, oltre basi vibranti e distorsioni decisamente imperative, sono in grado di costruire sonorità molto pulite ed eleganti.
Il suono dei Delphic si articola attraverso una strumentazione molto complessa. Sembrano una band voce-tastiere-chitarra-batteria, ma c’è molto di più. Matt Cocksedge (chitarra) suona anche una batteria elettronica, il cantante James Cook usa pure una seconda chitarra, il tastierista Richard Boardman, oltre ad una ricca serie di tastiere partecipa agli intermezzi vocali. L’unico a fare “solo” il suo mestiere è il batterista Dan Hadley, una macchina…
Il concerto inizia come Acolyte, esordio discografico della band inglese: Clarrion Call e a seguire il tormentone Doubt. Da lì in poi, il flusso continuo di filtri e riverberi che usciva dalle casse ha fatto entrare il pubblico in uno stato di trance. Tutti i presenti, compreso il sottoscritto, si sono lasciati andare e distinguere i brani non è più stato possibile. Tranne qualche sporadico stacco, la musica è stata un’unica orda di suoni, con prolungati e psichedelici assoli di chitarra e batteria.
Quella dei Delphic è stata una grande performance. Forse sono arrivati in Italia un po’ troppo presto, quando ancora in pochi conoscono il nome della band di Manchester. Ma state sicuri che li rivedremo, presto, magari ospiti di qualche evento mondano. Di sicuro, i biglietti non si troveranno con tutta questa semplicità.

Hot Chip – One life Stand, 2010 (PARLOPHONE)

5 feb

http://issuu.com/lucasemi/docs/onstage_feb_10_pdf

Delphic – Alcolyte, 2010 (CHIMERIC/COOPERATIVE MUS.)

3 feb

http://issuu.com/lucasemi/docs/onstage_feb_10_pdf

Sud-Est di Steve McCurry @ PALAZZO DELLA REGIONE

20 gen

Davvero suggestiva la mostra di Steve McCurry attualmente in corso a Milano presso il Palazzo della Ragione sito in Piazza Mercanti, 1.

Il successo riscontrato tra i visitatori, che finora hanno superato le 50.000 presenze con una media di 800 visitatori al giorno, ha portato la direzione a prorogare la durata della mostra fino al 28 febbraio.

L’esposizione di McCurry, intitolata Sud-Est, si compone di 240 immagini scattate dagli anni ‘80 ad oggi.

Oltre alla stupefacente raccolta d’immagini è molto apprezzabile la scelta stilistica dell’allestimento, voluta ed ideata da Tanja Solci  e Peter Bottazzi, rispettivamente la curatrice della mostra ed il progettatore dell’allestimento, i quali si può dire che siano riusciti ad integrare ed interpretare perfettamente gli spazi espositivi con l’idea di viaggio tra il Sud-Est del mondo intesa da Mccurry.

Ultimamente, troppo spesso accade, che il minimalismo dell’allestimento impatta negativamente sul livello di apprezzamento del pubblico, il quale giudica la semplicità accessoria come carenza di personalità e completezza.

In questo caso la mostra si presenta con piccole e semplici idee. Le luci soffuse e lo spazio medievale del palazzo, risalente al 1200 e recentemente recuperato nel 2002, si integra perfettamente con l’idea del viaggio, senza interferire con la percezione dell’opera ma anzi accompagnando il visitatore tra una foto e l’altra creando da subito un’ambientazione perfettamente sinergica con il tema della mostra.

La mostra si articolo in 6 sezioni.

La prima è denominata l’Altro, dove lo spettatore ha modo di entrare in contatto da subito con la bellezza, l’eleganza, la dignità dei ritratti di McCurry. Viene catapultato nel rapporto con un altro tipo di popolazione e cultura. McCurry ha sempre voluto tener presente il valore imprescindibile che ha per lui la dignità della persona umana.

La seconda è il Silenzio e il Viaggio. Tema cardine della sezione è il viaggio attraverso le culture e il silenzio. Le fotografie di McCurry rappresentano persone in preghiera, scenari di silenzio. Lo spettatore, insieme all’artista, vive lo stupore di fronte al rapporto dell’essere umano con l’assoluto.

Terza sezione è dedicata alla Guerra. In questo caso la fotografia non è filtrata da nessuna metafora ma pone il dramma della guerra davanti agli occhi di chi la osserva in modo nudo e crudo.

Quarta parte è la Gioia. Uscendo dalla guerra le fotografie di McCurry immortalano scenari di allegria, intensità di colori, vita che scorre e fluisce. Anche qui non vi è retorica. Quello che trasmettono le foto è purezza e semplicità spesso racchiusi in volti di donne e bambini.

Penultima sezione è dedicata all’Infanzia. La quinta sezione riporta lo spettatore a riflettere su uno dei temi più drammatici della storia dell’umanità: lo sfruttamento dei bambini, che vede nei bambini soldato l’apice della sua rappresentazione.

La sezione indica anche che forse non può esistere autentica gioia senza piena consapevolezza del dolore. Le fotografie di bambini costretti a rinunciare alla propria infanzia sono penetranti: dallo stupore alla paura, dalla solitudine alla necessità di assumere uno sguardo adulto, innaturale.

Infine, viene l’ultima sezione dedicata alla Bellezza. Qui s’incontrano tre immagini, una delle quali è il celebre scatto della bambina afgana dagli occhi verdi, diventata ormai un’icona della fotografia contemporanea. Le altre due sono anch’essi ritratti (una studentessa afgana con i libri in mano e una ragazza pakistana con uno scialle verde), che per il curatore testimoniano altre due icone femminili del nostro tempo attraverso l’opera di McCurry.

Quello che si può incontrare in questa mostra è un insieme di emozioni fondamentali, gioia, paura, dolore e passione, attraverso un viaggio che tocca la maggior parte dei popoli più disagiati del globo, maltrattati da guerre, soprusi e povertà. Quindi non solo fotografia ma, attraverso gli occhi di McCurry, un vero e proprio viaggio attraverso la tradizione, la cultura e la gente del Sud-Est del mondo.

http://www.soundandvision.it/blog.php?id=385&filter=

SPECIALE Techno Music 2010

5 gen

La techno trova le sue radici nella house music di Detroit degli anni ‘80, proponendosi come alternativa, di nicchia, agli house lover. Tra i primi dj producer di techno: Manuel Gottsching, Juan Atkins, Derrick May, Moritz Von Oswald e Kevin Saunderson fino alle derivazioni più funk come Afrika Bambaataa e rock come i Kraftwerk.

Con qualche anno di ritardo il fenomeno techno è arrivato anche in UK. In questo caso però si può dire che abbia attecchito meglio tanto da riuscire subito a far presa sul pubblico mainstream. Durante gli anni ’90 la musica techno si è scomposta in tre grosse famiglie: hardcore, ambient e jungle. Trasformazione operata per mano di artisti come The Prodigy, Apex Twin e Goldie.

Nell’ultimo decennio, la naturale necessità di rinnovamento, ha portato a galla altre nuove declinazioni di musica techno. Sicuramente quelle che hanno caratterizzato maggiormente l’ultimo decennio sono state la minimal tech, la drum and bass ed il cosidetto Big Beat.

La minimal tech, molto simile alla tech-house, o micro house, viene molto apprezzata dai clubber e dagli ambienti trendy.  La minimal si caratterizza per la forte incidenza dei bassi, di suoni elettronici, spesso prodotti live da sinth, drum machine, sequenzer o campionatori, e dalla quasi totale assenza di intramezzi vocali.

Il riconoscimento di padre fondatore della minimal lo si può attribuire a Robert Hood durante gli anni ’90 a Detroit. Altri DJ internazionali che hanno fortemente influenzato la scena sono Jeff Mills, Richie Hawtin (ex Plastikman), Carl Craig, Sven Vath, Ricardo Villalobos e Trentemoller. In Europa, invece, si può dire che la minimal abbia trovato il suo periodo di incubazione nei club berlinesi attraverso nuovi e talentuosi DJ, come Ellen Allien, M.A.N.D.Y., Format:B, Paul Kalkbrenner e Kollektiv Trumstrasse, che hanno  contribuito all’affermazione ed il consolidamento di questo genere, fino ad oggi, dai migliori club di Ibiza alle discoteche più quotate in Italia.

Per quanto riguarda la drum and bass possiamo dire sia stata la diretta evoluzione della musica Jungle. Da qui si sono sviluppate una serie di sonorità molto vicine tra loro come: il Breckbeat, il Raggamuffin e la Tekno Rave. In genere, questo stile musicale fa riferimento a contesti come i rave ed i centri sociali.

La d’n’b è nata e si è sviluppata prevalentemente in Inghiterra.

Da un punto di vista melodico mantiene un ritmo piuttosto veloce che si aggira tra i 160/180 BPM ed è spesso accompagnata dal parlato veloce di un MC. Tra i personaggi più influenti ci sono: Roni Rize (vincitore dell’ambito mercury prize), Aphrodite, Dilinja, DJ Hype e Pendulum.

A margine della d’n’b, troviamo molte sperimentazioni fusion. Squarepusher, ad esempio, con basso elettrico e sinth alla mano, attraverso mescolanze con l’acid jazz, è riuscito a produrre un suono molto originale, vicino anche a quello del Big Beat e così è stato per molti altri; anche in virtù di fruttuose collaborazioni, come quella tra Pendulum e The Prodigy.

Big Beat è un termine che la stampa Inglese, da metà degli anni ’90, ha iniziato ad usare per descrivere il genere, a metà tra la techno e l’acid house, di artisti come Fat Boy slim, The Chemical Brothers, Groove Armada, The Crystal Method, Death in Vegas e Propellerheads.

Si può dire che questo sia il suono dei festival e dei grossi nomi. Molto spesso dietro questo genere ci sono importanti produzioni e artisti di fama mondiale che si spostano da un capo al altro del mondo per grossi budget.

Sicuramente è  il genere che più si avvale di campionamenti e che più è in grado di adottare stili e ambientazioni differenti, seppur mantenendo, in genere, basi molto grasse e medie/alte frequenze molto sintetizzate.

Anche se non è  ancora il momento per affermare in che direzione ci si sta muovendo, sicuramente possiamo dire che dei piccoli focolai si stanno adoperando. E’ ora il momento di reinventarsi, con nuove contaminazioni e nuove mescolanze, per andare incontro al suono del nuovo decennio.

http://www.soundandvision.it/download.php?numero=27

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